In occasione della presentazione nazionale di Democrazia Civile, le voci di Pino Ammendola e Angelica Cacciapaglia hanno dato vita a un testo valoriale scritto da Marco Sciarrini.
Un racconto sull’Italia, sulle sue radici e sul patrimonio di comunità , relazioni e responsabilità che unisce ciò che abbiamo ricevuto a ciò che sapremo costruire.
Ci sono cose che vediamo ogni giorno e che, proprio perché sono sempre davanti ai nostri occhi, abbiamo smesso di guardare.
Una strada, una piazza, il profilo di una collina, un vecchio muro, un albero che era già lì molto prima di noi.
Ci passiamo accanto come se fossero sempre esistiti.
E invece, dietro quasi tutto quello che vediamo, c’è una storia.
Quella strada è stata tracciata. Quella piazza è stata prima immaginata e poi costruita. Persino quella collina, che oggi ci sembra opera della natura, è stata modellata nei secoli da donne e uomini che hanno piantato alberi, costruito muri, aperto sentieri, governato l’acqua.
Di quasi tutti loro non conosciamo il nome. Eppure ciò che hanno fatto è ancora qui, nelle forme dei paesaggi, nelle pietre delle città e dei borghi, nelle case che abitiamo.
Questo è ciò che spesso dimentichiamo quando parliamo di bellezza. Quello che oggi ammiriamo è stato prima un’idea, una scelta, un lavoro.
Entriamo in una chiesa, visitiamo una città antica, ci fermiamo davanti a un paesaggio e diciamo: «Che bello». Ma dentro quella bellezza è custodita una storia che non vediamo più: qualcuno l’ha immaginata, le ha dato forma e l’ha custodita nel tempo.
Città , borghi e campagne non sono soltanto luoghi abitati. Sono gli spazi nei quali, nel corso dei secoli, le persone hanno cercato un modo di vivere insieme: lavorare, incontrarsi, riconoscersi come parte di una comunità .
Non sempre ci sono riuscite. Hanno conosciuto conflitti, divisioni, sopraffazioni. Eppure hanno continuato a provarci.
Di questa lunga ricerca restano tracce ovunque: nelle pietre e nelle parole, nei paesaggi e nei libri, nelle opere d’arte e nella vita quotidiana.
Anche la lingua appartiene a questa storia. Conserva ciò che una comunità ha pensato, immaginato, amato e temuto; attraversa le generazioni e permette a donne e uomini lontani nel tempo di continuare a riconoscersi.
Quando Dante scrive il «bel paese là dove ‘l sì suona», quel sì diventa il segno di un riconoscimento comune dentro una straordinaria varietà di città , paesaggi, culture e tradizioni.
Prima di molte altre cose, c’era già una lingua capace di raccontare l’amore, la paura, il dolore, la speranza; di dare un nome ai luoghi, alle relazioni, alle cose della vita.
Ma una comunità si racconta anche attraverso i luoghi che costruisce e le immagini nelle quali decide di rappresentarsi. Qualche volta un’opera d’arte riesce a tenere insieme tutto questo.
È ciò che possiamo ammirare ancora oggi a Siena. Quasi settecento anni fa Ambrogio Lorenzetti tenta un’impresa straordinaria: dare un’immagine al vivere civile.
Non dipinge soltanto una città . Dipinge una comunità nella quale il modo di vivere insieme si riflette sui luoghi.
C’è chi lavora, chi commercia, chi costruisce, chi insegna; ci sono ragazze che danzano, strade sicure, campi coltivati fuori dalle mura. Tutto appartiene allo stesso racconto.
Sono passati quasi settecento anni e quell’affresco continua a farci una domanda: che cosa rende davvero ricca una comunità ?
L’eredità che riceviamo, però, non coincide soltanto con ciò che vediamo. È fatta anche di conoscenze, mestieri, racconti, relazioni e fiducia. È il modo in cui impariamo a prenderci cura di un luogo e a sentirci parte di qualcosa che esisteva prima di noi e continuerà dopo di noi.
Lo chiamiamo patrimonio.
È una bella parola. Ma forse contiene un equivoco: ci fa pensare a qualcosa che possediamo.
E se fosse il contrario?
Se fossimo noi, per un breve tratto di tempo, ad averlo semplicemente ricevuto?
Si parla molto di radici. Delle radici, però, vale la pena ricordare una cosa: affondano nel passato, ma tutto il loro lavoro serve a spingere l’albero verso l’alto.
Dietro di noi ci sono generazioni che non abbiamo conosciuto. Davanti a noi ce ne sono altre che ancora non conosciamo.
Attraverseranno le nostre strade e ne costruiranno di nuove, useranno le nostre parole e ne inventeranno altre.
Perché ogni generazione non riceve soltanto un mondo. Riceve il compito di abitarlo insieme.
Un territorio non è soltanto ciò che vediamo. Sono le persone che lo abitano, il lavoro che vi svolgono, le relazioni che costruiscono e la cura che dedicano ai luoghi e agli altri.
È così che uno spazio diventa un luogo. È così che persone diverse diventano cittadini.
E forse il bene comune comincia proprio qui: da ciò che nessuno può costruire da solo.
Non sappiamo come saranno le città di domani. Ma sappiamo che dipenderanno anche da quello che sapremo immaginare e costruire insieme.
A ciascuno è toccato il proprio tempo.
Questo è il nostro.
Ora tocca a noi.
È da questa Italia che vogliamo cominciare.